Settore degli eventi a picco, nasce la Feu che rappresenta 560.000 addetti ai lavori

Redazione
19 Novembre 2020
Settore degli eventi a picco, nasce la Feu che rappresenta 560.000 addetti ai lavori

Il 2020 ha messo a dura prova tutto il settore degli eventi e la situazione anche per il futuro non promette nulla di buono. E gli addetti ai lavori non ci stanno più.

È per questo che il 5 novembre 2020 è nato FEU - la Filiera degli Eventi Unita, un movimento a tutela di un compartimento che pare essere completamente dimenticato dal governo. Un settore dal valore del 2,5% del Pil nazionale. Tantissimi gli appuntamenti che portano la firma di 560mila addetti ai lavori tra liberi professionisti, piccole e medie imprese. Event manager, wedding planner, fioristi, service audio e luci, catering, location, truccatori e parrucchieri, atelier di moda, allestitori, noleggiatori d’auto, artisti, fotografi e videomaker, che offrono un indotto di 65 miliardi di euro all’economia italiana. Aziende fatte di persone che si sentono completamente ignorate. Una Industry, che non parla solo di superfluo ed effimero ma che è trainante in Italia ad esempio anche per il turismo, basti pensare al Destination Wedding e a quante persone scelgano il Bel Paese per sposarsi, assicurando alle strutture un’alta ricettività anche in bassa stagione, o per la ristorazione, e che da impiego a milioni di persone.

Un’associazione spontanea no profit a tutela di tutte le aziende private e partita iva specializzate nel settore di eventi privati e organizzazione di matrimoni ecco cosa è FEU. Un sodalizio trasversale che parte dal basso generato in forma volontaria per dar voce al disagio di tutta una porzione di aziende che ha un grande impatto sull’economia nazionale.

Nato di pancia attraverso un messaggio WhatsApp FEU, oggi vanta in pochissimi giorni 2900 iscritti a un gruppo privato Facebook, 1800 aziende di settore attive, 23 referenti di categoria e un manifesto trasparente e rappresentativo di tutte le richieste delle aziende che gravitano attorno al reparto. Numeri, rispecchianti le aziende e le partita iva, che continuano a crescere e a dare fiducia al movimento esponenzialmente di giorno in giorno. Perché pare che nessuno abbia più voglia di stare in silenzio. “Ho mandato un messaggio ad un gruppo ristretto di amici nella mia stessa situazione avendo quasi anche paura di disturbare - racconta il Presidente Adriano Ceccotti, nome emblema della professionalità settoriale nazionale - e mai avrei pensato di ricevere così tante adesioni e così tanti stimoli per andare avanti e crederci sempre di più”. La filiera degli eventi in Italia infatti porta un indotto economico impattante per il Pil nazionale per un fatturato di circa 65 miliardi annui, che nel 2020 ha subito una perdita di 45,5 miliardi di euro pari al 70% in meno del fatturato dell’anno precedente.

Eppure sembra questa cosa poco conti. “Siamo stati invisibili per troppo tempo - dichiara il Consigliere Francesco Insardá - è ora di farci sentire, di farci difendere e di difenderci. È ora di reagire”. È per questo che il progetto FEU vuole sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla tematica della gravissima crisi economica e sociale che il settore sta attraversando. “Noi non vogliamo dare risposte - dice il Presidente - noi vogliamo essere riconosciuti e rispettati come è giusto sia. Perché esistiamo e portiamo nella nostra nazione più di 65 miliardi di euro annui”. Una fetta importante dell’economia nazionale completamente messa da parte dal decreto ristori. E se i numeri parlano chiaro, in questo quadro la stima della perdita economica di tutto il settore equivale ad una vera e propria messa in ginocchio per un intero comparto. Un’associazione che vuole far riconoscere il disagio attraverso la sensibilizzazione dei media, attraverso la misurazione del business, intavolare relazioni con i rappresentanti dei gruppi parlamentari. “Noi vogliamo raccontare e far sentire le problematiche – esprime il consigliere Mirko Valente – di tutti”.

Diverse le richieste di cui FEU è portavoce, aiuti richiesti per tutta la filiera a prescindere dal codice ATECO. Prima tra tutti gli aiuti a fondo perduto basati sulla perdita del fatturato tra il periodo di imposta Marzo 2019 fino al termine dello stato di emergenza. La detassazione dei contributi fino a 6 mesi successivi il termine di emergenza. La rateizzazione ex novo dei debiti con il fisco. La sospensione dei mutui e dei leasing fino a termine emergenza. La proroga CIG, che deve essere calcolata fino all’80% dello stipendio netto per gli stipendi fino a € 3.000. Il reddito di emergenza per le partite Iva. Il credito di imposta su affitti cedibile a terzi e banche, o sostegno a fondo perduto, senza limitazione di codice del codice ATECO. La sospensione delle tasse locali e degli oneri delle bollette.

Tante quindi le rivendicazioni, ma tante anche le proposte per riprogrammare la ripartenza del settore da parte del comitato. “Quando tutto questo finirà - dice il co-fondatore Claudio Compagnucci - noi dovremmo essere pronti a partire, anzi a ripartire”. Ed è a questo punto che, tutti uniti con la propositività caratterizzante di ogni festa, hanno dato dei suggerimenti per ripartire nei giusti modi: utile un’apertura dei corridoi turistici, settore importantissimo per l’Italia, la creazione di un tavolo tecnico per lo sviluppo di un protocollo validato da tecnici. Una riduzione dell’Iva al 2% per i privati che svolgono eventi. E poi ci sarebbero i Bonus che permetterebbero ad aziende e clienti di scegliere con più serenità di fare un evento. E quindi si propone il Bonus matrimonio e party, con una detrazione fiscale pari al 50% dei costi sostenuti per chi si sposa nel 2021-2022 e il Bonus Eventi Aziendali, per una detrazione fiscale pari al 150% dei costi sostenuti per la realizzazione di eventi aziendali.

Un manifesto snello e costruttivo per ottenere con garbo ma chiarezza le esigenze di un comparto al collasso. E gli addetti ai lavori questa volta sembrano pronti a tutto per evitare di implodere totalmente. “Siamo pronti a tutto – sottolinea il consigliere Ugo Cherubini – pur di farci sentire”. Non si escludono quindi decisioni di Manifestazioni. “Lo scendere in piazza è sicuramente un’opzione da vagliare - dice Compagnucci - ma qualora dovessimo decidere di percorrere questa strada non sarà mai una manifestazione contro qualcosa ma una manifestazione per raccontare qualcosa”.

Una richiesta, questa, di conoscenza e coscienza quindi chiara che palesi a tutti gli effetti le difficoltà di un settore in totale lockdown.

 

 

(Fonte: IlMessaggero.it)

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